Riceviamo e pubblichiamo dalla Prof.ssa Marinetta Vitale

Il 27 Gennaio la città di Montoro ha celebrato la giornata della memoria in una modalità alquanto singolare ed inconsueta, purtroppo a causa del Covid.
L’aula consiliare non poteva gremirsi di persone, ma mai come quest’anno i presenti hanno avvertito con forte commozione lo spirito della storia che anela alla vera essenza della libertà.
I cuori dei montoresi e in particolare dei familiari degli insigniti, battevano all’unisono con quelli dei pochi presenti alla manifestazione, perché la memoria storica non può disperdersi tra i rovi di biancospino o tra un cumulo di macerie.

La voce del primo cittadino: Avv. Girolamo Giaquinto echeggiava nell’aula con le sue toccanti parole insieme a quelle del Prefetto e delle altre autorità collegate da remoto. Era presente, oltre ad alcuni consiglieri anche il signor Donato Ragosa che segue le istanze vagliate dall’autorità militare.

Gli insigniti dell’onorificenza sono stati: Fiorenza Gaetano, Tolino Michele, Vietri Alfredo e Vitale Nunziante.
A ritirare la medaglia di bronzo conferita dal Presidente della Repubblica, per gli ultimi due militari, sono stati i nipoti omonimi: Vietri Alfredo e Vitale Nunzio.
Non bisogna essere pervasi da chissà quale grande romanticismo per vedere nei due giovani la continuità di fedeltà e attaccamento alla nostra Patria, mai come oggi lacerata da varie problematiche. Ho immaginato di sentire i nostri soldati insieme ai familiari, rispondere “PRESENTE” all’appello, come le centinaia di migliaia di italiani che riposano nel Sacrario di Redipuglia.

L’onorificenza a mio padre ha avuto per me un sapore particolare, perché solo miracolosamente riuscì a sopravvivere come prigioniero italiano ai lager tedeschi.
La sofferenza nel tempo offuscò il ricordo di quei tristi anni, ma non velò il riaffiorare di una sua disavventura: dopo essere stato deportato in Germania, viaggiando sui vagoni merci per alcuni giorni , fu sorpreso da un soldato delle SS a mangiare alcune bucce di patate tra l’immondizia. Per questo fu selvaggiamente picchiato.
Non mi spiegavo gli occhi che gli brillavano di commozione durante il suo racconto, ma di sicuro erano per questa inutile cattiveria che si aggiungeva a quanto di disumano avveniva in quei luoghi infernali.
Una patata lessa al giorno, la stessa data in pasto dopo quel viaggio estenuante era fortemente insufficiente per colmare la fame incontenibile.

Ciò che è accaduto a mio padre, persona umile, noto per per la sua dignità, tipica dei contadini di Montoro, sferzati dal sole, stanchi della fatica, abituati a non chiedere niente a nessuno, mi ha fatto capire che era meglio rovistare tra l’immondizia che piegarsi a chiedere un’altra patata agli aguzzini delle SS.
Nei sui occhi lucenti per le emozioni che ha suscitato quando raccontò questo episodio, io e i miei fratelli, abbiamo colto il vero spirito della vita. Quello che più di ogni altra filosofia ci ha guidati fino ad ora: la dignità senza piegarsi a nessuno e la felicità che si può trovare nascosta in semplici fiori che amava tanto, come un biancospino fiorito in primavera, incurante del luogo (proprio tra il cumulo d’immondizia) e che mio padre offrì ad una deportata del campo vicino, allungando la mano tra il filo spinato.

Ciò dimostra che anche dal male può nascere il bene, l’unica via percorribile per raggiungere il vero senso di dignità e di libertà per ogni essere umano.

Prof.ssa Marinetta Vitale

Immagini della giornata