A cura della Dott.ssa Vittoria Giliberti
Psicologa e Psicoterapeuta familiare
Consigliere comunale città di Montoro

Dal mese scorso, il Governo italiano ha approvato una serie di provvedimenti per contrastare la diffusione del nuovo Coronavirus in Italia. Una delle misure più restrittive, imposta su tutto il territorio nazionale, riguarda gli spostamenti delle persone: senza una valida ragione, giustificata da motivi di lavoro o per ragioni di salute o per altre necessità, è richiesto e necessario restare a casa.

In questo scenario è fondamentale riflettere anche sulle pesanti ripercussioni emotive che ciò che stiamo vivendo in questi giorni può avere.

Non solo per quanto riguarda l’incremento delle paure ossessive di contaminazione o dello stato di confusione, incertezza, sgomento, preoccupazione che tutti noi stiamo vivendo, chi più chi meno.

Anche se in questo contesto di incertezza e di preoccupazione, la paura può essere funzionale, perché si può trasformare in attivazione e maggiore attenzione, per esempio per rispettare i protocolli di igiene, come lavarsi le mani e indossare i dispositivi di protezione individuale.

I problemi legati alla paura possono avvertirli, in modo particolare, quelle persone che hanno già una maggiore difficoltà a gestire l’ansia, per cui questo clima di incertezza e preoccupazione può diventare disfunzionale”.

In particolare, le ripercussioni emotive sono legate alle conseguenze dei drastici cambiamenti nello stile di vita e nella libertà individuale che sono connessi alle restrizioni imposte dal governo per arginare il contagio.

Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati a dover effettuare un radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano, dove ci viene chiesto paradossalmente non di fare più cose, come la società moderna ci ha abituati a fare, generando il cosiddetto “stress per le tante cose da fare”, ma di non fare, di “restare a casa”.

Inoltre, non abbiamo più goduto della presenza dei nostri amati, almeno che non siano conviventi, a non poter frequentare gli amici, a rinunciare alle relazioni con gli altri, che per gli esseri umani sono la principale fonte di piacere oltreché di conforto, soprattutto in caso di necessità. E tutti in questo momento ne avremmo più necessità del solito.

Chi ne fa più le spese

Fidanzati che non possono abbracciarsi per settimane, genitori e nonni che non possono incontrare i propri figli o nipoti, e viceversa, anziani che vivono in residenze sanitarie assistite o case di riposo che non posso ricevere visite, amici che non possono frequentarsi, in generale tutti coloro che vivono da soli (buona parte degli italiani), nutrendosi soltanto di relazioni esterne alle mura domestiche, che si ritrovano isolati.

Per questi ultimi, ancor più se anziani, la cosa è particolarmente grave. “State a casa”, per loro significa state soli, deprivati di contatti umani e affettivi, oltreché di tutte le attività di svago e fonte di benessere.

La convivenza forzata può essere peggiore dell’isolamento

Ancora peggio può essere stare forzatamente a casa ove vi siano situazioni complesse e non serene, come nel caso di coppie conflittuali o addirittura di violenze domestiche, di separati in casa, di convivenza in spazi ristretti e via dicendo.

Per tutte queste persone recarsi ogni giorno al lavoro o uscire con l’amico o l’amica, ritagliarsi del tempo per fuggire dai propri parenti, amati o amanti, sono attività che garantiscono l’equilibrio psicologico. Non poterle fare rischia seriamente di far saltare l’equilibrio, magari già precario.

Fortunatamente abbiamo mezzi tecnologici che ci aiutano a percepire un po’ meno la distanza fisica, e a ridurre, anche seppur in maniera minima, l’impatto emotivo dell’isolamento. Tanti di noi hanno imparato, se prima non l’avevano mai fatto a fare la videochiamata Whatsapp, a fare riunioni e conferenze di lavoro in remoto.

Sappiamo però quanto le relazioni mediate dalla tecnologia non siano assolutamente in grado di sostituire quelle vis à vis, a maggior ragione dove il contatto fisico è elemento essenziale della relazione stessa.

Cosa comporta tutto questo?

Per alcuni solo normali sentimenti di solitudine, vuoto, tristezza, mancanza, che chiaramente si uniscono alle preoccupazioni per la salute e le finanze che imperano in questo periodo. Stati transitori, pesanti ma sopportabili. Stati con cui occorre stare in contatto, ma che per certi versi ci sono utili a capire cosa è veramente importante per noi, che ci daranno modo di ripartire con le idee più chiare e apprezzando al massimo ciò che prima davamo per scontato.

Per altri, con meno risorse pratiche e di fronteggiamento emotivo, le perdite possono comportare una importante caduta depressiva, che non è scontato si risolva spontaneamente nel momento in cui la situazione tornerà alla normalità. Negli anziani a rischio la deprivazione di stimoli sociali e la perdita delle routine giornaliere può anche favorire il processo di deterioramento cognitivo verso la demenza senile.

Le fonti di stress in quarantena

Si ipotizza il rafforzamento, sotto quarantena, di diversi stressor, ossia di quegli stimoli esterni che sono fonte di stress. Tra questi, gli stressor più diffusi sono la durata della quarantena, la paura di essersi contagiati (e anche quella di poter contagiare gli altri, in particolare i famigliari), la noia, la frustrazione e l’essere privi di beni necessari, non solo alimentari o per la salute, ma anche immateriali, come quelli legati all’informazione.

Esistono poi degli stressor che aumentano di molto il rischio di mostrare difficoltà psicologiche una volta finita la quarantena. In particolare, i ricercatori si sono concentrati sul quantificare gli effetti causati dalle perdite economiche e dallo stigma sociale che vivevano i soggetti isolati una volta liberi.

Tra le evidenze scientifiche, risulta per esempio che chi ha livelli di reddito più bassi mostra una necessità di supporto maggiore, sia economico che psicologico, durante e dopo i periodi di quarantena.

Non vanno inoltre sottovalutati i problemi legati ai disturbi alimentari, come sottolineato dal dottor Castelnuovo, docente di Psicologia Clinica presso L’Università Cattolica di Milano, “Il rischio in questo periodo di semi-isolamento è quello di badare più alla quantità del cibo, che alla qualità. Questo contesto può essere utile per rigustare il piacere del cibo, mangiando lentamente e a piccole dosi, associandola anche a un po’ di attività fisica, rispettando sempre le regole, dal momento che non viviamo in un regime di coprifuoco”.

Cosa possiamo fare per stare e far stare meglio?

I periodi di quarantena possono avere effetti psicologici profondi e duraturi, soprattutto sulle fasce della popolazione più deboli.

Secondo diversi ricercatori, è possibile rendere i periodi di isolamento “più tollerabili per il maggior numero di persone possibile”, seguendo una serie di accorgimenti.

Un aiuto, in un’epoca in cui sono fortemente criticate e demonizzate, può arrivarci dalle tecnologie, che grazie alle videochiamate permettono a chi è isolato di avere un contatto sociale più solido di quello coltivato solo con dei messaggi.

Sostituiamo il messaggio scritto con una telefonata, o meglio ancora con una videochiamata, organizziamo conference call non solo con i colleghi di lavoro ma anche con amici e parenti.

Coltiviamo le relazioni sociali in ogni modo, magari dedichiamo il tempo libero a riprendere quelle che avevamo abbandonato. Questo è il momento di chiamare la vecchia amica che non sentiamo da mesi o anni, di passare una serata al telefono, di mantenersi “connessi” e vicini pur stando lontani, facendo sentire agli altri la nostra vicinanza e ricercandola attivamente.

Per chi non vive da solo e magari in questi giorni è obbligato a condividere gli spazi domestici con dei famigliari, è fondamentale strutturare la giornata, dividere i tempi e gli spazi in base a schemi e ritmi, rassicurando in particolare i bambini. Questo periodo di semi-isolamento è troppo lungo per essere lasciato al caso, serve organizzazione del proprio tempo, con ampi margini dedicati non a semplici passatempi, ma alle proprie passioni personali e ai propri talenti.

Come suggerito dal dottor Gabriele Melli, psicologo e psicoterapeuta IPSICO Firenze, è importante

monitorare il proprio umore, cogliendone i segnali di un significativo abbassamento: irritabilità, tristezza, sonno ridotto o disturbato, apatia, pensieri catastrofici, solo per fare alcuni esempi. Allo stesso modo è bene prestare attenzione allo stato di salute psicologica dei nostri cari, soprattutto delle persone più a rischio ed aiutarle a ridurre in ogni modo possibile la percezione di isolamento e alienazione.

Ove si ravvisino segnali di franchi disturbi depressivi o ansiosi per sé ma anche per i propri cari, è bene cercare di intervenire precocemente, cercando l’aiuto di uno psicologo-psicoterapeuta, molti dei quali disponibili anche a sedute online, almeno temporaneamente. Nei casi più importanti o dove la psicoterapia non sia possibile o sostenibile è bene allertare il medico di base, che valuterà se e come avviare la persona a una terapia farmacologica di supporto.